Shinzo Abe invoca la pace e si prepara alla guerra

28.12.2016 - Giovanni Succhielli

Shinzo Abe invoca la pace e si prepara alla guerra
(Foto di aurorasito.wordpress.com)

“Non dobbiamo ripetere l’orrore della guerra”. Il premier giapponese Shinzo Abe è netto durante la storica visita a Pearl Harbor, in ricordo dell’attacco che decretò l’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Ma le parole sono ben diverse dai fatti. Soltanto qualche giorno fa, il governo nipponico ha approvato il nuovo budget per le forze di difesa: 42,5 miliardi di dollari all’anno. Una spesa che è progressivamente aumentata negli ultimi cinque anni, ovvero da quando Abe ha assunto la carica di Primo Ministro. Un milione e mezzo di fondi saranno destinati a missili balistici, come risposta alle minacce provenienti dai recenti test nucleari in Corea del Nord. Poi sottomarini e F-35, oltre all’aumento dell’organico militare. Un incremento del 12% riguarda, invece, la guardia costiera: una misura preventiva contro la Cina, Paese con il quale il Giappone si contende le isole di Senkaku e Diaoyu. Come se non bastasse, si sta considerando l’ipotesi di un proprio scudo missilistico.

Ma il Giappone non è un Paese tendenzialmente pacifista? Sì, o almeno lo era. La tradizionale non-belligeranza nipponica deriva dall’articolo 9 di quella Costituzione che gli occupanti Stati Uniti imposero al termine della Seconda Guerra Mondiale. Esso non solo decreta la rinuncia alla guerra, ma anche vieta il mantenimento di qualsiasi forza di terra, acqua ed aria.

Negli anni successivi al conflitto, però, gli USA si accorsero che quel divieto, da loro stessi imposto, si stava rivelando controproducente: l’attrazione sovietica nell’area asiatica avrebbe avuto facile gioco di un Paese inerme. Si affrettarono così a ratificare  il “Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone” (nel 1951, rinnovato nel 1960) che assicurava ai nipponici anche la protezione nucleare occidentale, in cambio di ospitalità per le basi e alla rinuncia ad una politica estera autonoma. La guerra di Corea (1950-1953) fu un’ulteriore forzatura dell’articolo 9: vennero infatti create dei reparti di Autodifesa (Jieitai) con il preciso limite di non poter intraprendere azioni di belligeranza al di fuori del territorio giapponese.

Negli anni, è stata di tanto in tanto auspicata dalle élite di entrambi i Paesi una decisa revisione costituzionale che permettesse al Giappone di avere un esercito vero e proprio. Senza però mai trovare uno sbocco. Fino al 2012, quando Shinzo Abe – divenuto premier con il partito liberaldemocratico – ha chiesto alle Camere di istituire una commissione apposita al fine di studiarne i dettagli. Il problema del raggiungimento dei due terzi di voti favorevoli in Parlamento – necessari per cambiare la Carta – è stato ovviato solo con le elezioni dello scorso luglio: grazie alla nuova maggioranza nella Camera alta e ad alleanze, ci potrebbero essere i numeri per l’anelata riforma.

L’incognita resta il referendum successivo, che dovrà confermare le modifiche: e tra il 70% e l’80% dei giapponesi, secondo i sondaggi, le boccerebbero.

Il governo – nell’attesa di convincere la popolazione spingendo sulla Abeconomics, la recente crescita economica – due anni fa ha quindi interpretato l’articolo 9 per permettere alle Jieitai di proteggere gli alleati anche in assenza di una minaccia diretta. Insomma, reparti formalmente di autodifesa potranno compiere missioni all’estero.

Mentre, dunque, i principali uomini politici di Stati Uniti e Giappone celebrano il valore della pace 75 anni dopo Pearl Harbor, remano silenziosamente in direzione contraria: legittimando la creazione di reparti militari con pieni poteri e aumentando le esportazioni di armi – come testimonia anche l’ultimo rapporto Jane’s dell’IHS.

Categorie: Asia, Nord America, Pace e Disarmo
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